L’Epos

By admin on Giugno 23, 2016 — 8 mins read

Libri andati in fumo

Non lunga ma assai intensa e gravida di sviluppi professionali e personali è stata la mia esperienza con la casa editrice L’Epos, i cui fondi di magazzino, dopo il fallimento, stanno andando al macero proprio mentre scrivo.

Ne scoprii il catalogo non appena cominciarono a uscire con una certa continuità i primi libri di musica, verso la fine degli anni Novanta, nella collana “Constellatio musica”, alla quale presto si sarebbe legato anche il mio nome; a quei tempi, fresco fresco di diploma e laurea, vivevo ancora a Pavia e lavoravo a Milano: fu lì che, qualche tempo dopo, tramite il direttore di un’altra collana nascente, chiacchierando del più e del meno, accadde il primo “incidente”. Lavorando alla tesi dottorale dedicata alla polifonia mariana della generazione di Josquin, ma andando quasi ogni giorno a curiosare sugli scaffali delle librerie e dei negozi di dischi, mi cadde l’occhio sullo scaffale “Madonna”, artista detestata durante l’adolescenza dell’anticonformismo a oltranza. Sarà stata una semplice associazione d’idee, sarà stato il tono della voce, ma in un cortile dalle parti di Piazza Lima mi scappò la battuta «bisognerebbe fare un libro sui primi vent’anni di Madonna»… e due minuti dopo ero già al telefono con Palermo, presentato dal mio interlocutore milanese, a discutere di fantalibri e di come si potesse comodamente ma seriamente passare dalla polifonia mariana a Madonna. Neanche una settimana e arrivò il contratto: neanche un soldo di anticipo ma avevo esordito da poco (quantunque con un editore storico), avevo come sempre un sacco di cose da dire e volevo pubblicare il più possibile, convinto che la carriera me la sarei dovuta fare da me, sia in editoria sia in musicologia, perché altrimenti, stando ai tempi e alle modalità delle gavette e delle facoltà universitarie, sarei invecchiato nell’attesa messianica. E fin qui avevo anche ragione…

Comprati i dischi di Madonna e messi accanto ai mottetti di Werbecke, andai a uno dei periodici seminari dottorali della Sapienza, dove conobbi Paolo Emilio Carapezza; infervorato come solo a 27 anni si può essere – e ancora ignaro degl’imbarazzi e delle pruderie tipiche dei palermitani (quelli del «pare male») – gli chiesi immediatamente se voleva un libro su Josquin des Prez: il compositore che mi aveva regalato la laurea, il Rinascimento, la passione per i manoscritti e le stampe, insomma il musico al quale devo quasi tutto. Anche in quel caso la risposta fu affermativa, ed ecco arrivare di getto il secondo contratto, sempre per L’Epos; sia Madonna sia Josquin sarebbero usciti nel 2003, insieme alla tesi di dottorato: continuo a guardare con una certa indulgenza a quei testi, che mantengono ancora oggi una loro attualità.

Il rapporto tra il me stesso musicologo e il me stesso designer-redattore-scrittore-ecc. è che quando il primo arranca, il secondo lo spinge, e viceversa: così, finito il triennio di borsa di studio dottorale, durante il quale prevalentemente mi dedicai alla bibliografia e alle letture ostinate, cercai di dare una più forte identità a Venti caratteruzzi (design, musica, lettere, lettering…) e per farlo, pensai, ci voleva un libro. Fu a Roma, nel baccano di Piazza del Popolo – dove passeggiavo dopo l’ennesima amara incomprensione subita a Piazzale Aldo Moro – che delineai Il libro di musica, fortunata miscellanea sulla quadratura del cerchio tra musica, storia materiale, comunicazione visiva, libri e grafica. Chissà chi può pubblicarla… Una telefonata all’Epos e il gioco (anzi, come avrei scoperto più avanti «il giocattolo») fu fatto: contratto, scadenza e via.

Mentre tornavo a Pavia, meditabondo su come andare avanti coi miei mestieri, a Palermo e a mia insaputa si era andata costruendo la più appariscente e fragile Torre di Babele dell’editoria saggistica che l’Italia abbia visto all’inizio del Millennio. Inaspettata ma fulminea arrivò quindi la telefonata dell’uomo-epos che, pressappoco, mi disse: vediamoci a Torino, alla Fiera del Libro, e poi vieni giù a Palermo che ti assumo a tempo indeterminato come responsabile della redazione. E per essere ancor più convincente: «ci stiamo sposando, non ci stiamo fidanzando». Proposta allettante, no? Si trattava di fare i libri, di farli davvero, di ricucire i due me-stesso e di farlo con un ruolo di responsabilità, in una città non lontana da dove viveva allora la mia famiglia. Non potevo dir di no: infatti accettai senza preoccuparmi troppo d’indagare sulla consistenza economica e sulle modalità operative della casa editrice nella quale stavo andando ad abitare more uxorio.

Trasloco in fretta e furia, in un’estate caldissima, insediamento burrascoso in via Dante (il bravo grafico che curava l’immagine era molto chiuso e simpaticamente burbero… così con lui decisi subito di tener nascosto il mio Doppelgänger; le colleghe erano palermitane e avrei capito presto cosa significava; l’editore fumava molto, moltissimo, io all’epoca ero sul mezzo pacchetto di Gauloises rosse al giorno). Nei primi mesi, periodo ancora di espansione, le cose sembravano andar bene, si scommetteva, si sperava, e si lavorava a libri strenna per i quali le amministrazioni pubbliche promettevano tanti soldi che sarebbero dovuti servire a pagare noi (il 2004 cominciò con più di dieci dipendenti) e anche a produrre la saggistica di progetto che si vendeva lentamente ma che era un «giocattolo» (presto diventato «giocattolino») che in un modo o nell’altro avrebbe dovuto funzionare fino a reggersi con le proprie gambe e spingere anche tutto il resto.

Il 2004 andò avanti tra alti e poi, fatalmente, sempre più frequenti bassi, in un lavoro a tempo indeterminato nel quale l’unica indeterminatezza era la data in cui sarebbe arrivato – e spesso, sempre più spesso, non arrivato – lo stipendio. L’unica cosa sicura, come sempre, fu la morte, che arrivò puntuale, nel mese di marzo, portandosi via papà che, prima di essere sopraffatto dal suo male, a 57 anni, mi aveva detto «Vieni a lavorare in Sicilia? Sei sicuro?».

Il pentimento non era ancora maturo e giorno dopo giorno continuavo a macinare bozze e a cercare, trovare e mettere sotto contratto autori di libri, specialmente musicali, per collane che si andavano inaugurando con direttori di prestigio ma anche ben disposti a lasciarmi fare. Fra le tante collane musicali e non, se ne aprì anche una destinata a restare con un unico, per me fatidico, pendente: Aglàia, studi editi col sostegno dell’università locale (simpaticamente ribattezzata Carapezzaland) su compositori di nuova musica legati alla scuola palermitana. Ribadisco il simpaticamente, perché metà a PECarapezza e alla collana Aglàia e metà a un caro amico devo l’incontro con la curatrice di quell’unica uscita, che fino ad allora avevo solo ascoltato alla radio presentare il suo primo libro: Visione che si ebbe nel cielo di Palermo. Era Floriana, la mia attaché, la Moglie, la vita dopo la morte, la com-pagna dalla quale sono nati per davvero Venti caratteruzzi: dieci più dieci. Il cielo, sopra Palermo, sopra Berlino e sopra tutto il resto del mondo, lo abbiamo visto insieme da quel momento in poi, e nel guardarlo con quattro occhi anziché due, si vedono più cose. Insieme a lei maturò rapidamente l’inevitabile divorzio dall’Epos.

Il ruolo di consulente editoriale si era ridotto a sterili polemiche fatte quasi sempre a contratto già firmato, quello di coordinatore redazionale era diventato di factotum per inseguire il ritmo delle assurde e insostenibili uscite mensili, quello di addetto stampa consisteva nel mortificante equilibrismo del dover cercare recensioni e visibilità senza poter mai contare su pubblicità o il giusto numero di copie omaggio da far circolare. Facciamo libri buoni e belli e il pubblico non può non accorgersene: questo era il presupposto; prima o poi l’avvenire ci sorriderà; nel frattempo lavoriamo per la gloria (cioè con pochi stipendi, poi part-time e ancor più raramente pagati).

In quasi tutti i libri apparsi tra la fine del 2003 e il 2009, con rapporti di lavoro variabili, c’è qualcosa di me e di una squadra che non fu mai affiatata ma che cercò di nobilitare nella qualità del proprio lavoro una condizione professionale non privilegiata e un progetto editoriale ambizioso quanto fragile. I testi erano quasi sempre buoni e quando lo erano meno, intervenivo spesso personalmente alla loro riscrittura, le bozze venivano lavorate con acribia e puntiglio, la grafica era sempre leggibile e motivata, i temi e le discipline nelle quali s’interveniva erano meritori e, senza dubbio, vennero colmate consistenti lacune della bibliografia. Ancora oggi la maggior parte del catalogo musicale ospita gli unici titoli disponibili su tanti importanti compositori; qualcuno dirà che il modello “vita e opere” non è il più attuale e non è sempre il più adeguato, tuttavia da lì e possibile riflettere agevolmente su tanti fenomeni.

Mancavano i soldi e, con essi, la promozione; mancavano (non c’era neanche l’attitudine) i viaggi; non si tessevano relazioni se non coi politici locali, non c’erano gli strumenti per tentare un maggior protagonismo nella vita culturale internazionale: a questo avrebbero dovuto supplire i direttori di collana e gli autori, quasi fossero ambasciatori del marchio fuori dall’isola ma quasi nessuno di loro lo fece mai. Certe cose vanno fatte di persona, certi ambienti vanno frequentati di persona, certe cose vanno dette guardando negli occhi, non parlando al telefono.

A partire dal 2007 la presa di distanza è stata nettissima e poi completa; ultime cose lavorate da me sono forse apparse fino all’inizio del 2010, tuttavia dal 2009 (data di uscita del mio libretto sulle Goldberg e sulle Diabelli) ha perso contezza sia delle uscite, sia delle vicende, sia delle condizioni economiche e aziendali della casa che, dopo qualche altro anno, evidentemente soffocata dai costi, è stata posta sotto la tutela di un curatore fallimentare. Da quest’ultimo, visitato in extremis in un umido magazzino disposto dal tribunale, ho comprato una decina di copie dei miei libri prima che andassero definitivamente in fumo.